Il Futurismo.
Da una Visita Museale organizzata da Medici Pensionati.
Dopo il pensionamento, molti medici cercano di recuperare interessi culturali coltivati solo in parte durante gli anni di attività, quando ritmi e responsabilità professionali lasciavano poco spazio ad argomenti capaci di nutrire lo spirito. Questo ritorno all’arte e alla cultura riannoda un rapporto mai del tutto interrotto e offre un benefico piacere, ancora più intenso se condiviso con colleghi e guidato da una persona competente. Questo interesse è particolarmente vivo nelle associazioni di medici, soprattutto pensionati, che organizzano visite dedicate ad artisti antichi e moderni. L’arte moderna, pur proposta con maggiore frequenza, suscita talvolta meno familiarità: gli studi liceali hanno spesso privilegiato il Rinascimento, meno il Barocco e ancor meno l’arte contemporanea. La recente Mostra Bolognese – “Futurismo” e “Ritorno all’ordine” (Collezione Fondazione Carisbo) – mi ha spinto a riflettere sul Futurismo, corrente artistico-culturale originale e profondamente italiana, tra i punti di avvio dell’arte moderna nazionale e ancora capace di lasciare tracce nel panorama artistico di contiguità. La preparazione alla visita mi ha inoltre aiutato a ricollegare le correnti artistiche ai profondi cambiamenti vissuti dall’arte occidentale e italiana dal tardo Ottocento, in un contesto di crescente interconnessione.
Va riconosciuto alla Fondazione Cassa di Risparmio il merito di aver raccolto a Palazzo Saraceni un ampio nucleo di opere delle proprie collezioni, documentando, attraverso le raccolte d’Arte e di Storia, il Movimento Futurista: movimento culturale tipicamente italiano che influenzò non solo le arti figurative — pittura, scultura, architettura e grafica — ma anche letteratura, musica, fotografia, cinema e perfino lo stile di vita. Visitando la mostra emerge inevitabilmente il suo artefice, il poeta Filippo Tommaso Marinetti, (Alessandria d’Egitto, 1876 – Bellagio, 1944) che nel 1909 creò e diffuse il “Manifesto fondatore”. Il Futurismo nacque mentre l’Italia si consolidava come nazione unitaria e si apriva alla modernizzazione mondiale, tra rivolgimenti sociali, mutamenti politici, venti di guerra, nuove tecnologie e comunicazioni senza fili. Treni, automobili e aeroplani alimentarono il mito della velocità, del superamento delle distanze e di una nuova percezione del tempo e dello spazio. Il Manifesto del Futurismo, pubblicato su Le Figaro nella primavera del 1909, ebbe ampia risonanza internazionale grazie al prestigio del giornale; quasi nello stesso periodo, anche la Gazzetta dell’Emilia di Bologna lo pubblicò integralmente. L’anno successivo, a Milano, un gruppo di artisti, soprattutto pittori come Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Giacomo Balla e Gino Severini, aderì a questa visione e pubblicò il Manifesto dei pittori futuristi, confermando il ruolo decisivo e innovativo del Manifesto di Marinetti.
Il Futurismo, fondato a Milano all’inizio del Novecento, è considerato quindi il principale se non l’unico movimento d’avanguardia italiano. Nato dalla mente di Filippo Tommaso Marinetti che propose principi da applicare a cultura, arte e vita per rinnovare uomo e società. Per questo invitava a superare, e spesso a rinnegare, tutto il passato, in nome di una visione rivolta al futuro. Nato in ambito letterario, si diffuse poi in arte, musica, architettura, teatro, danza, cinema, moda e gastronomia, riflettendo i profondi cambiamenti della società italiana.
La modernizzazione tecnologica, con macchine, radio, aeroplani e cineprese, alimentò il mito della velocità e del dinamismo. Il Futurismo interpretò queste trasformazioni ponendo al centro il rifiuto del passato e la ricerca di forme espressive nuove. Milano fu scelta perché incarnava i miti futuristi: sviluppo industriale, come capitale economica del Paese; modernità urbana, con luce elettrica, tram, automobili e aeroplani; fervore culturale, favorevole a un’avanguardia decisa a rompere con il passato accademico e il tradizionalismo di città d’arte come Roma e Firenze. E così l’irruenza, e perfino la violenza, presente nel linguaggio, nei rapporti sociali, nella pittura e nella scultura, divenne uno dei tratti distintivi del movimento, usata per trasmettere in modo diretto e incisivo il messaggio della modernità. Il Futurismo contribuì all’affermazione internazionale della cultura italiana, diventando uno dei movimenti artistici moderni italiani più noti all’estero. Fu decisiva l’instancabile attività di Marinetti, che promosse gli artisti futuristi nel mondo con mostre, conferenze, manifesti e libri. Anche in letteratura il movimento cercò di esprimere dinamismo e velocità, liberandosi di ciò che appariva vecchio e statico. Da qui nacquero proposte come l’abolizione di sintassi e punteggiatura, le “parole in libertà”, le libere associazioni di idee, l’uso di onomatopee e verbi all’infinito, e l’eliminazione di aggettivi e avverbi. Queste indicazioni non si imposero stabilmente, benché l’onomatopeico Zang, tumb, tumb (1914), sull’assedio di Adrianopoli, ottenesse grande successo. Alla letteratura futurista si avvicinarono autori come Aldo Palazzeschi, Ardengo Soffici, Corrado Govoni e, all’estero, Majakovskij.
L’Italia e il Futurismo
Fino alla fine dell’Ottocento l’arte italiana rimase in parte distante dalle novità europee, soprattutto francesi e parigine, dove l’intuizione di Manet e dei suoi contemporanei aveva favorito la nascita dell’Impressionismo. Il canone pittorico cambiò: l’immagine non doveva più riprodurre fedelmente il reale, ma restituire l’impressione visiva immediata. In questo passaggio, dal Romanticismo e Purismo al Realismo, dall’Eclettismo storicista al Simbolismo, dal Neorinascimento al Divisionismo, si giunse all’Impressionismo e oltre, fino a Cézanne.
L’Italia faticava ad adeguarsi alle nuove realtà artistiche anche perché era ancora impegnata a superare il suo passato connesso con le divisioni regionali. Pur durante la stagione giolittiana, il contesto restava instabile e segnato dall’influenza dell’idealismo di Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Quanto al Manifesto, si ritiene che Marinetti ne abbia tratto ispirazione da un
incidente automobilistico del 1908: per evitare due ciclisti, finì in un fossato e ne uscì sentendosi un uomo nuovo, deciso a promuovere una rivoluzione culturale liberata dagli orpelli. Nel Manifesto enunciò i principi del movimento: audacia, coraggio, modernità, rifiuto del passato e proiezione verso un futuro assoluto. Tra le affermazioni più radicali vi erano la contestazione di musei e biblioteche e la controversa celebrazione della guerra come “sola igiene del mondo”. Per i Futuristi anche la guerra rappresentava un’espressione estrema della modernità: non a caso molti aderenti si arruolarono volontariamente nella Prima guerra mondiale. Questa posizione resta tra gli aspetti più discussi del movimento, insieme ai rapporti con il fascismo e allo spirito interventista di Marinetti e dei suoi seguaci. Nonostante le controversie, l’influenza del Futurismo sulla cultura occidentale del Novecento resta indiscutibile: incrinò l’immobilismo culturale, favorì le avanguardie successive e spinse l’arte a confrontarsi con modernità, tecnologia e progresso. Ridefinì inoltre il ruolo dell’artista nella società, dialogando o contrapponendosi a Cubismo, Fauvismo, Suprematismo russo e Metafisica, e contribuendo a preparare il terreno per Dadaismo e Surrealismo. Le opere e gli scritti futuristi, oggi presenti in musei, fondazioni e collezioni internazionali, testimoniano una stagione di intensa creatività e radicale innovazione, segnata da luci e ombre.
“Ritorno all’ordine” postbellico
Tra il 1918 e il 1920, nel clima postbellico, iniziò un ridimensionamento delle avanguardie sotto la parola d’ordine del “Ritorno all’ordine”: una tendenza che, dopo la Prima guerra mondiale, reagì alle sperimentazioni artistiche e sostenne il recupero della tradizione. Al rifiuto futurista del passato e alla ricerca di nuove forme subentrò il bisogno di stabilità, fondato sui canoni dell’arte antica. Critici e artisti come Giorgio De Chirico, Carlo Carrà, Giorgio Morandi e Alberto Savinio, raccolti intorno alla rivista “Valori plastici”, condivisero il rifiuto delle avanguardie storiche.
A completamento della mostra, le Collezioni della Fondazione illustrano la varietà e gli esiti del nuovo “ordine” con opere come La Madre di Adolfo Wildt, Famiglia di lavoratori di Mario Sironi, Torso di giovinetto di Arturo Martini, Ritratto di fanciulla di Lucio Fontana, Il piede romano di Filippo De Pisis, il Gentiluomo in villeggiatura di Giorgio De Chirico, Donna vicino al tavolo di Felice Casorati e La trebbiatura di Galileo Chini, cartone preparatorio per le pitture murali della Casa del Contadino a Bologna, oggi sede della Camera del Lavoro.
In conclusione, la visita alla mostra è stata per alcuni colleghi una scoperta e per altri una riscoperta dell’arte moderna. Il Futurismo è apparso come una corrente originale e profondamente italiana, rappresentata non tanto dai suoi massimi capolavori quanto da una selezione significativa di opere, anche di artisti minori. Ne è emersa l’ampiezza del progetto, capace di interpretare la modernizzazione del tempo e di estendere la propria influenza dalle arti figurative alla musica, alla letteratura e perfino alla gastronomia.
Si è inoltre percepita in Marinetti una visione capace di anticipare molti aspetti della modernità: non solo rinnovamento nazionale e ricerca di nuove forme artistiche, ma anche apertura a un futuro tecnologico destinato a trasformare, nel bene e nel male, il nostro modo di vivere e percepire la realtà. In questo senso, egli può essere considerato un interprete precoce della vita moderna, tecnologica e interconnessa.
Pier Roberto Dal Monte
Presidente Federazione Sanitari Pensionati e
Vedove di Bologna ed Emilia- Romagna.
Prof. Pier Roberto Dal Monte - Il Futurismo
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PDFData pubblicazione: 4 Agosto 2026