Ασκληπιεĩον (Asklepièion). Il luogo della cura

Autore: Dott.ssa Maria Giovanna Bassi

Nell’antica Grecia, quando una persona si ammalava si recava al tempio di Esculapio, ovvero l’Asklepièion. Colà entrava nel recinto sacro e parlava con un sacerdote della divi-nità, esponendogli i sintomi di cui soffriva. Successivamente, il malato era invitato a dormire all’interno del recinto sacro, allo scopo di ricevere in sogno la visita di Esculapio, che gli avrebbe fornito consigli per intraprendere la giusta terapia. Emendandoci per un attimo dall’efficienti-smo di stampo americano, o forse canadese, che affligge al giorno d’oggi il mondo della Sanità, ritroviamo in questa antica usanza tutti gli aspetti della cura come noi la cono-sciamo, e come la nostra cultura e la nostra tradizione l’hanno modellata nel corso dei secoli.

La cura, parola che, ricordiamo, viene dal la-tino e significa premura, vigilanza e inquie-tudine per la persona amata, è atto sacro, prestato in un tempio, da sacerdoti votati al culto del dio della medicina.
La sua sacralità impone che essa sia compiuta, come tutti gli atti sacri, in un luogo altro, separato, celato alla vista.
Il malato deve entrare in un ambito dove ritrova la propria unicità e centralità, in cui instaura quel rapporto di esclusività che lo porta al centro delle competenze e delle attenzioni di tutti i terapeuti.
Quella che noi oggi chiamiamo privacy e releghiamo alla firma su un prestampato attiene in realtà ad archetipi antichissimi: fa riferimento al diritto di essere accolto nel recinto sacro dell’Asklepièion per instaurare con il sacerdote-terapeuta una relazione preclusa a chiunque altro. Fa riferimento al rispetto per il pudore e la dignità della per-sona, che esigono un luogo di cura in grado di sottrarre alla vista altrui la manifestazione della sofferenza.

A nessuno verrebbe in mente di mettere una sala operatoria all’inizio di un reparto di chirurgia, per consentire ad eventuali futuri de-genti di valutare l’abilità dei chirurghi; nessuno porrebbe ampie vetrate in una palestra di riabilitazione o metterebbe tribune in una sala parto, in modo da permettere agli spettatori di incoraggiare con il tifo la puerpera.
La cura, giova ripeterlo, è atto sacro, e come tale va considerata. Non è possibile svilirla, ridurla alla manutenzione di pezzi mecca-nici sulla catena di montaggio. Non si può abdicare a tradizioni ancestrali in favore di un taylorismo che considera come unico criterio di valutazione la resa in termini economici.
La cura si presta in un ambito appartato, protetto. In un luogo di accoglimento e ac-cudimento che si situa profondamente nei penetrali del tempio.
Non è lo stand della Croce Rossa alla Sagra del Tartufo, con il volontario entusiasta che comunica tramite altoparlante che verrà mi-surata a chiunque si presenti la pressione arteriosa.
Il nostro compito è far nostra la sofferenza dell’ammalato, compatirlo nella più antica accezione del termine, ovvero patire insieme a lui, provare le sue stesse emozioni, come lui le prova. Questo non si può fare in mezzo a una piazza, affacciati su una porta sempre aperta, con il periodico sferragliare del treno a coprire le sollecite voci di chi accoglie la persona bisognosa.

Viviamo in un’epoca priva di punti di riferimento, in una società che già Bauman ha de-finito “liquida”, nella quale è invalso l’uso di credere chiunque in grado di fare qualsiasi cosa, solo perché vuole o desidera farla. Ma il liquido va notoriamente verso il basso, non di rado trasformandosi in liquame. Non si acquisiscono gli aspetti fondamen-tali e caratterizzanti di una professione per il solo fatto di stare a diretto contatto con chi la svolge quotidianamente. Se così fosse, sarebbe semplice, quando il pilota è in-disposto, affidare l’aereo di linea al tecnico di rampa, al meccanico o all’impiegato del check-in.
È esperienza comune che ciò non accada. E non dovrebbe accadere nemmeno nella Sanità, in cui il compito di organizzare e strutturare i luoghi di cura dovrebbe essere lasciato a chi questo tipo di cure le presta tutti i giorni, a chi ne conosce criticità e unicità. A chi sa, in definitiva, quale sia il modo migliore, più funzionale e più razionale di prestare le giuste cure al malato.

Manteniamo il nostro personale Asklepièion così come ha sempre dimostrato di funzionare per anni, conserviamo per i nostri malati quell’ambito protetto e privato di cui hanno bisogno.
Manteniamo sacro, in definitiva, il loro percorso di cura, evitando di svilirlo con urine trasportate attraverso tutta la sala d’a-spetto e commenti di utenti buontemponi che fanno conversazione sui gradini.
Se il parere di un medico conta ancora qualcosa, in una Sanità ridotta alla grettezza di budget e questionari, questo è ciò che penso.

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La Dott.ssa Maria Giovanna Bassi è una Psichiatra della AUSL Bologna

 

Data pubblicazione: 28 Marzo 2026